L'eclissi del singolo
come funzionano i delitti di gruppo
Manca poco all’inizio del tour estivo di Indagini Live. Racconterò la stessa storia portata questo inverno nei teatri, quella sugli anni dei sequestri in Italia, ma in bellissimi spazi all’aperto. Qui tutte le date e i biglietti.
Oggi è uscita la nuova puntata di Altre Indagini, il podcast per le persone abbonate al Post in cui ogni due mesi racconto una grande vicenda della storia italiana. Questa puntata è dedicata ai fatti di Genova 2001: l’assalto alla scuola Diaz e le torture alla caserma di Bolzaneto nei giorni del G8. Qui è possibile abbonarsi al Post e ascoltare Altre Indagini.
Lunedì Gabriele Bianchi è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte nel terzo processo d’appello.
Willy Monteiro Duarte è stato ucciso a Colleferro, vicino a Roma, nella notte tra il 5 e il 6 settembre del 2020.
In quella notte Duarte, ventunenne, fu ucciso con calci e pugni da quattro ragazzi tra i 22 e i 25 anni. L’aggressione, a freddo, fu violentissima e totalmente immotivata.
Durò meno di 40 secondi.

I media parlarono il giorno dopo di rissa, di guerra tra i ragazzi di Colleferro e quelli di un paese vicino, Artena, di uno scontro prolungato. In realtà non fu così.
Due degli aggressori, i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, erano giunti nel luogo dove avvenne l’omicidio pochi secondi prima.
Arrivarono, colpirono e se ne andarono in meno di due minuti.
Gli altri due condannati, Francesco Belleggia e Mario Pincarelli, erano invece già presenti a Colleferro e si unirono al pestaggio.
Willy Monteiro Duarte fu ucciso semplicemente perché era in quel luogo e perché si era avvicinato a un amico che in quel momento stava discutendo con uno dei quattro di Artena.
I fratelli Bianchi, Pincarelli e Belleggia sono stati arrestati poco dopo l’aggressione ma l’attenzione dei media si concentrò sui primi due, i fratelli Bianchi, esperti di arti marziali e già conosciuti in zona per altri episodi di violenza.
Il processo ricostruì che cosa accadde quella notte, il ruolo di ciascuno dei quattro aggressori e che cosa c’era all’origine di quella violenza. Tutti e quattro gli imputati sono stati condannati per omicidio volontario ma le pene sono state diverse.
Questa settimana la decisione è stata presa alla fine del terzo processo di appello, dopo un rinvio della Corte di Cassazione: il processo riguardava solo Gabriele Bianchi e si concentrava sulle attenuanti generiche che gli erano state concesse durante il secondo processo d’appello, in cui era stato condannato a 28 anni.

Marco e Gabriele Bianchi erano stati condannati in primo grado all’ergastolo, ma nel primo processo d’appello la loro condanna era stata ridotta a 24 anni perché erano state riconosciute loro le attenuanti generiche.
La procura aveva fatto ricorso contro questa decisione e la Cassazione le aveva dato ragione: nel secondo processo d’appello Marco Bianchi era stato condannato definitivamente all’ergastolo, mentre a Gabriele Bianchi la pena era stata aumentata a 28 anni. Gli erano state comunque riconosciute delle attenuanti generiche, contro cui la procura aveva fatto nuovamente ricorso, arrivando a questo terzo processo.
Per questa storia, essendo state coinvolte più persone, si è parlato spesso di “delitto di branco” o “di gruppo” .
È una definizione che torna spesso quando si parla di delitti commessi da un gruppo di più persone, spesso giovani.
Concentrarsi però solo sul termine “branco” tende ad "animalizzare" i colpevoli, quasi deresponsabilizzandoli, come se l'individuo avesse agito privo di volontà, trascinato da una forza della natura.
Al contrario, si tratta di singoli individui che scelgono coscientemente di compiere azioni violente.
Quando parliamo di "branco" il vero interrogativo è come la responsabilità individuale possa annacquarsi, quasi frantumarsi, diventando una responsabilità solo collettiva, distribuita, divisa. Come dire: «Lo abbiamo fatto in molti quindi la mia colpa è solo una parte, una percentuale. Forse anche minore, perché io ho solo seguito gli altri».
Quanto pesano emulazione, silenzio e complicità quando un gruppo di persone arriva a compiere un omicidio?
Ciò che impressiona è come individui che presi singolarmente abbiano un comportamento non violento, possano trasformarsi e compiere crimini efferati se inseriti in una dinamica di gruppo.
La psicologia sociale ha un nome per questo fenomeno: deindividuazione. La teoria, sistematizzata dallo psicologo americano Philip Zimbardo a partire dagli anni Sessanta, descrive quello che accade quando un individuo si percepisce anonimo all’interno di un gruppo:
il comportamento smette di essere regolato dai propri valori e viene invece guidato dalle norme che il gruppo produce in quel momento.
Il controllo, in pratica, viene ceduto al gruppo.
A questo si aggiunge il meccanismo della diffusione della responsabilità: quando un’azione violenta viene compiuta da più persone contemporaneamente, il peso morale di quell’azione si distribuisce tra i partecipanti.
Ognuno percepisce la propria quota come più sopportabile.
Nel momento in cui il gruppo costruisce una percezione disumanizzata di chi ha davanti, i freni morali si abbassano ulteriormente.
Nel caso di Willy Monteiro Duarte questi meccanismi sono riconoscibili. I fratelli Bianchi arrivano, trovano un contesto già attivato e in meno di quaranta secondi si consuma un omicidio. Senza un piano, ma con una configurazione: un gruppo, una vittima e l’assenza percepita di conseguenze immediate.
Questo ovviamente non assolve nessuno. Anzi, riconoscere questi meccanismi serve esattamente all’opposto: capire come funzionano aiuta a smontare l’idea che la violenza di gruppo sia qualcosa di inspiegabile, quasi naturale. Non lo è. È il prodotto di scelte individuali che si moltiplicano e si coprono a vicenda.
Il processo ha cercato di restituire a ciascuno la propria responsabilità.
Racconto tre diversi casi di delitti di gruppo nella mia nuova docu serie su Sky, Nazzi Racconta. Qui potete recuperare le puntate già andate in onda e guardare le successive.
Mi chiamo Stefano Nazzi, faccio il giornalista al Post e sono l’autore di Indagini, il podcast in cui una volta al mese racconto casi di cronaca italiana.
Sono in tour nei teatri con Indagini Live 2026. Il 24 giugno iniziano le date estive: racconterò la stessa storia scelta per quest’anno, ma ci vedremo in bellissimi spazi all’aperto.
Grazie, sempre, a tutte le persone che hanno già partecipato e che vorranno partecipare a Indagini Live.
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Libri: Il volto del male, Canti di guerra, Predatori
Programmi tv: Delitti in famiglia, Il Caso





C’è da dire che anche in carcere, i fratelli Bianchi hanno continuato le proprie condotte violente per sottomettere gli altri. Più che elementi di un branco, loro si sono comportati sempre come leader di quel branco